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Clima, Biodiversità, Salute: un solo sistema

2026

Per anni abbiamo trattato clima, natura e salute come tre capitoli separati e lontani dal mondo delle imprese. I dati però raccontano un’altra storia: sono un unico sistema, e quello che accade a uno si ripercuote sugli altri.

 

Il clima è già un tema di salute (e di lavoro)

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce da tempo il cambiamento climatico come una delle principali minacce per la salute pubblica:

  • +23%: l’aumento della mortalità legata al caldo rispetto agli anni ’90, per circa 546.000 decessi l’anno nel mondo.
  • 640 miliardi di ore di lavoro potenziali perse nel 2024 per il caldo estremo, con perdite di produttività superiori a mille miliardi di dollari.
  • +124 milioni di persone esposte a insicurezza alimentare moderata o grave, associate a siccità e ondate di calore nello stesso anno.

 

In Italia il rapporto del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente racconta un 2025 con temperatura media +1,03 °C sopra il riferimento 1991-2020, mari a +1,18 °C (secondo anno più caldo dal 1982) e una risorsa idrica nazionale stimata in 128 miliardi di metri cubi, il 19% in meno rispetto al 2024. Tra il 1980 e il 2022 gli eventi climatici estremi hanno causato al nostro Paese oltre 111 miliardi di euro di perdite: il terzo valore in Europa, dopo Francia e Germania.

 

Il clima, quindi, non è solo una questione ambientale: tocca la salute delle persone, la produttività, le filiere e i costi.

 

La Biodiversità non è un “di più”: è un’infrastruttura

 

Acqua pulita, aria più respirabile, impollinazione, suoli fertili, regolazione del calore, molecole per i farmaci: sono i cosiddetti servizi ecosistemici, e dipendono dalla Biodiversità. Per questo la sua perdita è letta dagli autori come un indicatore del declino degli ecosistemi e, di riflesso, della salute umana.

 

L’Europa ha risposto con il Regolamento sul Ripristino della Natura (UE 2024/1991), che chiede agli Stati membri di ripristinare almeno il 20% delle superfici terrestri e marine dell’Unione entro il 2030, con tappe intermedie sugli habitat degradati: 30% al 2030, 60% al 2040, 90% al 2050.

 

Anche le città oltre i 20.000 abitanti dovranno dotarsi di Urban Nature Plans. Il ripristino, ricordano gli autori, contribuisce anche agli obiettivi di mitigazione e adattamento climatico: la natura è un alleato, non solo un bene da proteggere.

 

Le città: dove i tre fili si intrecciano

 

Oltre il 58% della popolazione mondiale vive già in aree urbane, e si stima che sarà circa il 70% nel 2050. Le città occupano una parte minima della superficie terrestre, ma generano circa l’80% del PIL globale e circa il 70% delle emissioni. In Italia quasi il 70% del consumo di suolo netto del 2024 ha riguardato aree urbane e periurbane.

 

È qui che si sommano isole di calore, notti tropicali, inquinamento e scarso accesso al verde, con effetti più pesanti su anziani, bambini, lavoratori all’aperto e famiglie in difficoltà economica. Ed è qui che le soluzioni basate sulla natura mostrano il loro valore: alberi, suoli permeabili, parchi e zone umide riducono le temperature superficiali, trattengono le acque meteoriche, migliorano la qualità dell’aria e fanno bene alla salute. Un parametro semplice, rilanciato anche dall’OMS, è la regola 3-30-300: tre alberi visibili dalla finestra, il 30% di copertura arborea nel quartiere, un parco a meno di 300 metri.

 

I benefici sulla salute sono documentati: contatto con il verde associato a minore stress, migliori indicatori di salute mentale e cardiometabolica, e in diversi studi a una riduzione della mortalità complessiva. Una ricerca americana su oltre 1,8 milioni di coppie madre-figlio ha trovato un’associazione tra esposizione al verde e minor rischio di disturbi del neurosviluppo, con effetti più marcati nelle famiglie a basso reddito. Gli autori sono però onesti: non basta “piantare verde”. Specie sbagliate, scarsa manutenzione o posizioni inadatte possono perfino peggiorare pollini e inquinamento locale. Serve progettazione competente.

 

Cosa significa per le imprese

 

Da questo quadro emergono tre indicazioni pratiche:

  1. I rischi sono sistemici: caldo, acqua, filiere alimentari e perdita di natura incidono insieme su persone, operazioni e costi.
  2. La natura è un asset: ripristinarla e valorizzarla genera servizi concreti (regolazione climatica, acqua, suoli, benessere) e sta diventando un obbligo regolatorio.
  3. Le persone sono il perno: salute, benessere e cultura organizzativa non sono un accessorio della sostenibilità, ma la condizione per renderla praticabile.

 

I dati confermano che Sostenibilità e competitività non sono in contraddizione: il Rapporto di primavera 2026 dell’Istituto Tagliacarne, indica per le imprese ad alta performance ESG ricavi cresciuti del 65% (contro il 55% delle imprese a bassa performance) e investimenti immateriali cresciuti del 167% (contro il 97%).

 

Per adeguarci a questi cambiamenti sostanziali, come Focus Lab, abbiamo organizzato le nostre nuove

aree di soluzioni proprio attorno a questi tre fili.

 

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🌍 Mitigazione e adattamento climatico Prevenire e gestire rischi e vulnerabilità climatiche rafforza la resilienza aziendale, riduce i costi, migliora le performance ESG e aiuta la decarbonizzazione. Dal caldo alla scarsità d’acqua, dalle filiere ai luoghi di lavoro.

💡 Human Sustainability Benessere e cultura sono la base di ogni innovazione. Perché le trasformazioni funzionano quando le persone stanno bene e si riconoscono nel cambiamento.