La crisi energetica dovuta all’incremento del prezzo del metano che si è verificato dalla fine del 2020 e le attuali incertezze sull’approvvigionamento di gas legate al conflitto in Ucraina evidenziano quanto sia urgente per l’Italia trovare fonti energetiche alternative a quelle attuali, prevalentemente gas naturale importato. Le fonti energetiche rinnovabili rappresentano la soluzione ottimale, sia perché riducono il contributo ai fenomeni di cambiamento climatico, sia perché sono fonti autoprodotte a livello locale.
In Italia è stata recentemente recepita la Direttiva europea sulla promozione delle energie rinnovabili 2018/2001 (RED II). La norma, oltre a recepire quanto previsto dalla direttiva UE in tema di sviluppo delle energie rinnovabili, introduce i primi elementi di attuazione di progetti e riforme del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) comprese quelle dedicate allo sviluppo del biometano”.
Ma che cos’è il biometano? È un combustibile che si ottiene dalla purificazione del biogas, una miscela di gas (principalmente metano e anidride carbonica) prodotto dalla degradazione anaerobica di materiale organico. Se soddisfa i requisiti qualitativi viene immesso nella rete del gas naturale e utilizzato al posto del metano fossile.
Il biometano ricopre un ruolo molto importante nel raggiungimento degli obiettivi del Green Deal europeo. In primo luogo rappresenta un elemento importante per la decarbonizzazione, in quanto è un vettore energetico di origine biologica e non fossile. Inoltre la sua produzione proviene solitamente dalla digestione anaerobica di materiale di scarto (rifiuti organici, deiezioni animali, scarti agricoli), perciò realizza a pieno il modello di economia circolare. Gli impianti più performanti ad oggi sono in grado di recuperare quasi completamente il rifiuto organico in ingresso producendo compost di qualità, biometano e CO2 liquida per scopi industriali.
Le norme europee e nazionali però impongono anche dei controlli sulla sostenibilità del biometano prodotto e una delle novità più rilevanti introdotte dalla recente Direttiva riguarda proprio questo aspetto. Infatti adesso i produttori di questo vettore energetico devono calcolare mensilmente le emissioni di gas a effetto serra (GHG) evitate rispetto a quelle prodotte dall’utilizzo di un combustibile di riferimento, il cui valore è fornito dalla norma. Questo risparmio di emissioni rispetto al combustibile standard deve necessariamente essere superiore al 65% per poter godere degli incentivi.
Viene quindi richiesto ai produttori di calcolare mese per mese la Carbon Footprint del biometano attraverso un approccio Life Cicle Assessment che considera tutte le emissioni, espresse in termini di CO2 equivalente su MJ di biometano, generate lungo la filiera di produzione. I termini più rilevanti di questo calcolo sono i consumi elettrici, i consumi termici, i materiali di processo e il trasporto delle materie prime fino al sito di trasformazione.
In conclusione, dal punto di vista qualitativo il biometano risulta da tempo un vettore energetico ottimale per il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità europei, ma adesso lo sarà anche dal punto di vista quantitativo, grazie all’utilizzo dell’impronta carbonica. Grazie a questo strumento si quantifica l’effettiva sostenibilità del biometano rispetto ai combustibili fossili ed avendo imposto un risparmio di emissioni minimo da raggiungere, si promuove anche la progettazione di impianti sempre più performanti per la produzione di biometano.
