Strategie di Supply Chain Sustainability e Sustainable Procurement

 

Gli impatti ambientali e sociali di un’organizzazione, nella maggior parte dei casi, si concentrano nelle operazioni che avvengono al di fuori dei confini organizzativi, nell’ambito della cosiddetta Catena di Fornitura o Supply Chain. Approvvigionamento di materiali e semilavorati, trasporto e distribuzione, utilizzo e smaltimento dei prodotti, sono alcuni ambiti chiave della catena di fornitura che in molti casi raccolgono quote rilevanti di impatto. 

Per questo, i più recenti approcci al sustainability management assegnano alla gestione sostenibile della supply chain un ruolo di primo piano e prevedono l’utilizzo di diversi strumenti gestionali, come la valutazione degli impatti lungo il ciclo di vita (LCA), il coinvolgimento dei fornitori, la loro selezione e valutazione con criteri ESG, la definizione di strategie di acquisto sostenibile.

Come Focus Lab, da tempo offriamo servizi in linea con gli approcci più evoluti di supply chain sustainability e sustainable procurement, partendo dalla formazione dei referenti aziendali deputati all’interazione con la catena di fornitura, fino alla definizione di strategie e piani operativi dedicati. Siamo esperti nella mappatura della catena di fornitura dal punto di vista ESG, mediante la realizzazione di una valutazione delle performance di sostenibilità dei fornitori attraverso varie soluzioni di rilevazione e coinvolgimento

Offriamo supporto nella definizione di piani di Suatainable Procurement in linea con lo standard ISO20400, supportando la selezione di ambiti e categorie di acquisti chiave e utilizzando strumenti di selezione basati su certificazioni e criteri internazionali. Su questi temi abbiamo realizzato corsi di formazione, attività di coaching mirate a responsabili acquisti e redatto guide operative per aziende e associazioni imprenditoriali di settore.

 

 

Politiche di genere in azienda come opportunità di innovazione trasversale e strumento di CSR

 

Il tema delle politiche di genere in azienda è un nodo complesso e attuale che le imprese si trovano a dover gestire, all’interno di un ampio contesto di dibattito che da anni è attivo sul fronte nazionale e, in modo ancor autorevole, su scala europea.

L’Unione Europea si è infatti da tempo posizionata sul fronte delle pari opportunità di genere, producendo un discreto numero di politiche – a partire dall’Agenda Sociale 2005-2010 e dal Libro Verde 2001 – che spingono gli stati membri ad adoperarsi nella direzione di facilitare l’equiparazione degli impegni/carichi in ottica familiare e le opportunità di partecipazione al mondo del lavoro per i componenti del nucleo famigliare. Su scala ancora più ampia, l’ONU ha recentemente aggiornato gli obiettivi di sostenibilità (Sustainable Development Goals) dedicandone uno alle pari opportunità di genere.

La rilevanza del tema deriva dalla sua centralità rispetto a due problematiche fondamentali all’ordine del giorno sia in ambito pubblico che privato. Il primo è il tema demografico: le difficoltà delle donne ad accedere al mondo del lavoro pregiudicano una parte del reddito potenziale famigliare; inoltre la difficoltà a gestire i carichi di lavoro ed i carichi famigliari, complici servizi pubblici molte volte insufficienti e una culture del welfare aziendale poco sviluppata, condanna spesso la possibilità di generare figli: da questi fattori deriva il tasso di natalità a livello nazionale più basso in europa e tra i più bassi al mondo, che allo stato attuale condanna l’età media nazionale ad avanzare a ritmi sostenuti, ponendo problemi di sostenibilità dello stato sociale. 

Il secondo tema è occupazionale: l’Italia è sotto la media dei paesi europei e dell’OCSE come partecipazione delle donne al mercato del lavoro, che si situano sotto il 40%, laddove gli obiettivi di Europa 2020 tendono al 60%. Questo dato rende chiaro come i temi delle politiche di genere e della competitività a livello generale e specifico siano intimamente legati.

Ma qual’è il contesto all’interno del quale le imprese italiane si trovano ad interrogarsi sull’effettiva realtà delle politiche di genere nel settore privato?

Una ricerca dell’Istat pubblicata nel 2013, condotta su un campione di oltre 7000 donne italiane, riporta che il 44,1% delle donne, contro il 19,9% degli uomini, ha dovuto fare qualche rinuncia in ambito lavorativo a causa di impegni e responsabilità familiari o semplicemente per volere dei propri familiari. 

Sul piano dell’accesso al lavoro l’esperienza riportata più frequentemente è il non avere avuto il lavoro nonostante il possesso dei requisiti richiesti (56,8% dei casi); seguita dal non essere stato messo in regola (22%). Sul piano dello svolgimento dell’attività lavorativa al primo posto si colloca il clima ostile nei propri confronti da parte di colleghi e superiori (32,1%), seguita dal conferimento di mansioni di scarsa importanza e inferiori alla qualifica (21,9%). Il motivo più frequente delle discriminazioni subìte in ambito scolastico/universitario è, invece, il fatto di appartenere a una “famiglia diversa da quelle della maggior parte dei compagni, per es., perché più ricca o più povera” (34%), seguito dal non avere giuste conoscenze” (22,3%) e dall’aspetto esteriore” (17,9%).

Dall’indagine dunque emerge con chiarezza un paese in cui la distanza da coprire per superare le discriminazioni e gli stereotipi tipici della disparità di genere è ancora significativa, seppure le disparità culturali si attenuino nelle fasce di popolazione più giovane.

Ma come si declina un tema di scala così vasta all’interno della singola impresa? 

Il tema delle politiche di genere in azienda, si intreccia in modo consistente alle tematiche della Responsabilità Sociale d’Impresa, anche in quanto ambito chiave per la competitività territoriale ed elemento di coesione sociale, ma soprattutto in quanto tema “tipico” in cui la volontarietà dei soggetti coinvolti nella decisione e nella gestione dei temi in gioco è preponderante, essendo difficilmente sufficienti legislazioni e regimi sanzionatori di vario livello.

Le motivazioni che rendono interessante il tema all’interno delle aziende maggiormente innovative – che non per forza sono grandi imprese e multinazionali – sono da ricercare soprattutto nelle opportunità  che le azioni Woman Friendly mettono a disposizione. In particolare, l’eliminazione dei cosiddetti “costi della non-equality”, raggiunti attraverso l’equiparazione delle responsabilità a parità di merito e attraverso la “rottura del tetto di cristallo” in termini di leadership e retribuzione, liberano in azienda una serie di potenzialità in termini di competenze che altrimenti rimarrebbero precluse. 

In questo quadro si tratta di superare la situazione, estremamente diffusa, della segregazione orizzontale (assenza di donne in ruoli di leadership) e verticale (assenza di donne in intere aree/funzioni aziendali chiave), attraverso attività di formazione, diffusione di cultura, informazione a vari livelli, ma anche attraverso gli strumenti del codice etico e del bilancio di sostenibilità: in quest’ultimo ambito, non mancano gli indicatori GRI dedicati al monitoraggio e alla rendicontazione.

Un altro elemento che rende centrali e innovative le politiche di genere in azienda, è il loro intreccio ineludibile con il tema del Welfare Aziendale. La conciliazione vita-lavoro in azienda, molte volte condizione chiave per la possibilità di accesso e permanenza della donna nel mercato del lavoro, è a fasi alterne al centro del dibattito delle relazioni aziendali negli ultimi anni. I diversi strumenti  disposizione rendono il Welfare Aziendale uno strumento di innovazione trasversale interessante, a prescindere dalla disponibilità di incentivi pubblici collegati al TUIR, in grado di migliorare il clima aziendale e facilitare, ove possibile, il compito delle dipendenti in azienda rispetto ai carichi di cura e agli impegni di maternità.

 

COP 21 di Parigi. La svolta sugli accordi per contrastare il Cambiamento Climatico?

 

Dal 30 Novembre all’11 Dicembre 2015 si svolgerà a Parigi la Conferenza Internazionale sul Clima. Dopo 20 anni di negoziazioni e accordi, c’è volontà di concludere con la condivisione di una regolamentazione globale rispetto alla protezione dell’ambiente e del clima limitando il riscaldamento globale a 2°C rispetto ai livelli del 1990.


Perché i cicli di conferenze sull’ambiente ? 

Il Cambiamento Climatico è un fenomeno di portata planetaria, da diversi anni protagonista degli sforzi di ricerca e dell’elaborazione di strategie politiche e negoziali di organismi di ricerca, enti pubblici, imprese, cittadini. Nel 1988 è stato creato dall’ONU l’IPCC (il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) attualmente il principale gruppo internazionale di ricerca scientifica sul cambiamento climatico : 2500 ricercatori da 130 paesi, con il compito di elaborare scenari di previsione delle conseguenze fisiche e sulla società della variazione del clima del pianeta.

Poco dopo il primo rapporto dell’IPCC uscito nel 1990, il vertice mondiale sull’ambiente di Rio nel 1992 inaugura le politiche internazionali volte a contenere Climate Change; in particolare si realizza il primo accordo tra paesi, mirante a sviluppare una convenzione sul progetto per limitare le emissioni di gas a effetto serra: si tratta della convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC).

Questa convenzione è entrata in vigore due anni dopo, il 21 Marzo 1994,  e raccoglie ad oggi 195 paesi membri.  Dalla prima conferenza di Rio, sono succedute 20 Conferenze delle Parti (COP), con lo scopo di aggiornare i negoziati e aggiornare/informare sullo stato delle conoscenze scientifiche a disposizione: quella di Parigi sarebbe la 21esima.


COP 21 : di che cosa si tratta ?

A questa conferenza sono attesi circa 40 000 partecipanti del mondo scientifico, politico, della Società civile e dell’impresa: l’obiettivo è quello di raggiungere finalmente un accordo per realizzare una legislazione condivisa, significativa e cogente contro il cambiamento climatico. L’ostacolo a questo obiettivo risiede come sempre nel fatto che alcuni paesi, tipicamente quelli la cui economia trae largo vantaggio dalla possibilità di non avere un tetto alle emissioni – tra tutti gli Stati Uniti e la Cina –  non sono pronti a fare vere e proprie concessioni sul piano dei negoziati.

Per questa conferenza, gli organizzatori hanno preso misure ad hoc, al fine di evitare uno stallo o un nulla di fatto: ogni paese deve pubblicare, prima della COP21, un documento sul quale riassume puntualmente tutti gli sforzi fatti a livello nazionale per la protezione dell’ambiente ed in particolare contro il cambiamento climatico. Questi documenti saranno sintetizzati e pubblicati il giorno prima della Conferenza.

In aggiunta, una sfida chiave della conferenza è quella di ottenere una partecipazione per la creazione di un fondo di 100 miliardi di dollari ogni anno, da parte di tutti i paesi sviluppati, a partire dal 2020, da utilizzare per la mitigazione e l’adattamento al riscaldamento climatico e per finanziare lo sviluppo sostenibile.


Quale sono le sfide della conferenza di Parigi?

Le più grandi conferenze delle Nazione Unite hanno spesso deluso gli ambientalisti: gli obbiettivi non sono quasi mai raggiunti e i paesi non sono mai pronti a fare veri sforzi.

A Kyoto nel 1997, come a Parigi quest’anno, ci si aspettavano veri cambiamenti: per la prima volta, infatti, a Kyoto i paesi avevano firmato un accordo internazionale per limitare – con il supporto della legislazione – le emissioni di gas a effetto serra. Nonostante questo importante risultato, solo 55 paesi avevano firmato, mentre i più importanti inquinatori non hanno voluto  partecipare (gli stati uniti non hanno firmato, la Russia e il Canada si sono ritirati e la Cina non fa parte dell’accordo).

Questa volta tuttavia, ci sono indizi per poter essere maggiormente ottimisti: gli Stati Uniti hanno recentemente rivelato il loro ambizioso piano di azione per lottare contro le emissioni di gas a effetto serra, seppure esprimendo la propria volontà di un accordo storico a Parigi in Dicembre sull’ambiente. Anche l’Europa si è impegnata a ridurre le sue emissioni del 40% entro il 2030. In più, oggi le tecnologie che permettono di ridurre le emissioni di gas a effetto sera sono comuni e costano molto meno rispetto ad alcuni anni fa: a questa conferenza, il ruolo della tecnologia è importante, e sarà posta in primo piano.

Si aspetta ancora gli impegni di grandi paesi come la Cina, ma le buone condizioni per avviare un vero processo contro il riscaldamento climatico sono state create.

 

B Corp. Solo l’ultima tra le tante certificazioni di sostenibilità?

 

La Certificazione B Corporation: uno strumento in piena diffusione.

Negli ultimi anni si è assistito alla diffusione, a partire dagli Stati Uniti, del nuovo marchio B-Corporation, uno strumento di distinzione e comunicazione aziendale progettato e rilasciato dall’organizzazione statunitense BLab, che punta a contraddistinguere le imprese  con una performance elevata su diversi aspetti di sostenibilità economica, sociale e ambientale che superi una certa soglia di qualità, stabilita rispetto ad una serie di criteri di valutazione. 

L’obiettivo di B-Corp è quello di creare una community internazionale di soggetti for-profit che dimostrano di riuscire a creare un impatto positivo sui temi sociali e ambientali contestualmente al perseguimento del proprio business. In sostanza, B-Corporation vuole stare al Business sostenibile come lo Standard LEED sta al Green Building, o la certificazione fair Trade sta al commercio equo e solidale.

Le aziende certificate B-Corporation non sono tuttavia da confondersi con le Benefit Corporations, una categoria di soggetti di natura privata individuati dalla legislazione societaria statunitense, che li identifica come enti profit orientati a creare valore non solamente economico ma anche sociale e ambientale. Queste, in sostanza, costituiscono un terzo “contenitore” di organizzazioni, accanto alle aziende profit “tradizionali” e agli enti no-profit, in grado di dimostrare annualmente agli shareholders e agli stakeholders un impatto positivo in ottica “triple bottom line”. 

Questa tipologia di ente, prevista dalla legislazione di 27 stati USA, ha l’obbligo di dimostrare il proprio impatto positivo attraverso specifiche azioni di transparencyaccountability e inserimento di obiettivi statutari, mentre il regime tassativo rimane inalterato rispetto alle altre nature giuridiche. 

 In rapporto al marchio B Corporation, essere una Benefit Corporation riconosciuta dal sistema statunitense, dunque, non esclude di poter essere una azienda certificata da BLab, e viceversa; tuttavia l’equivalenza tra queste due categorie non è automatica. Sicuramente, perseguire un approccio orientato alla sostenibilità d’impresa sul modello societario Benefit facilita notevolmente il raggiungimento dei requisiti per aggiudicarsi il Marchio, ma si può essere Benefit Corporation senza essere certificati B-Corp.


Come si diventa una B-Corp ?

Il percorso verso la certificazione prende avvio con una fase di auto-valutazione dell’impresa. Attraverso un questionario, il BCorp Impact Assesment, che da la possibilità – gratuitamente – a tutte le di beneficiare di una valutazione degli aspetti di sostenibilità della loro attività dal punto di vista della governance, dei risultati economici, delle performance ambientali, degli aspetti di impatto sociale. 

Il questionario, compilabile nel giro di qualche ora (se si hanno tutti i dati a disposizione), restituisce automaticamente un punteggio da 0 a 200: le organizzazioni che raggiungono un minimo di 80 punti hanno la possibilità di proseguire verso lo step seguente, che è rappresentato da una call conference con un membro dello staff di B Lab, finalizzato a  verificare / approfondire alcuni aspetti del questionario. 

Prima di ottenere il via libera definitivo, inoltre, viene normalmente richiesto l’invio di vai documenti in grado di certificare/validare le affermazioni autodichiarate nel questionario.

Nella seconda fase della certificazione si deve raggiungere il cosiddetto “legal requirement”, che corrisponde a dimostrare che l’impresa sia sostenibile del punto di vista della sua successione, ovvero che il manager o investitore succedente abbia la possibilità di proseguire la missione  di sostenibilità dell’impresa.

Nell’ultima fase, che sancisce l’accesso nella community come membro ufficiale del network, è necessario sottoscrivere la cosiddetta Dichiarazione di “Interdipendenza”. La certificazione è valida per due anni, al termine dei quali è possibile rinnovare la certificazione. 


Quali sono i vantaggi della certificazione?

Tra i principali vantaggi di aderire a questa tipologia di certificazione “corporate” o “di sistema”, vi è certamente “l’effetto-novità” che B Corp porta con sé: ultima tra le tante, ha ancora probabilmente molto da dire, soprattutto in Italia dove ha appena cominciato a diffondersi, anche in ragione del fatto che la sua moltiplicazione nel mondo anglosassone (spesso precursore) è stata ed è assai rapida. 

Oltre a questo aspetto scarsamente tecnico, se ne affianca uno assai pragmatico: la piattaforma  per l’autovalutazione iniziale messa a disposizione online a tutte le imprese che vogliano mettersi per qualche ora ad inserire i propri dati all’interno del portale, rappresenta un efficace strumento di benchmarking sufficientemente preciso rispetto ad almeno un migliaio di imprese da tutto il mondo, su aspetti economici, sociali e ambientali abbastanza dettagliati. 

La certificazione inoltre, dal punto di visa dei costi complessivi in termini di denaro e di tempo dedicato, risulta assai competitiva rispetto ad altri tipi di standard appartenenti al mondo della RSI diffusi in Italia (dalle certificazioni ambientali EMAS ai marchi Ecolabel). Dal punto di vista dell’impegno in termini di tempo, come dettagliato all’interno del sito BCorp, il percorso globale occupa uno spazio nell’ordine di poche giornate / uomo; sul fronte economico, invece, i costi sono proporzionali alla dimensione dell’impresa e al settore di appartenenza. Per una tipica piccola-media impresa italiana, si può andare dai 500 ai 1000 euro all’anno, che possono diventare 2500 per una grande impresa.   


Lo stato dell’arte a livello nazionale e internazionale

Ad oggi nel mondo sono certificate B-Corp oltre mille imprese di oltre 60 settori industriali in 33 paesi. A livello nazionale BCorp ha iniziato a diffondersi nel 2013, ed oggi sono 8 le imprese che hanno scelto di raggiungere il livello di certificazione: tra queste troviamo Nativa, Equilibrium, Treedom, Fratelli Carli, D-Orbit, Little Genius International, Mondora srl e Habitech (Distretto Tecnologico Trentino).

Sul fronte internazionale, spiccano tra le aziende certificate alcuni nomi celebri di corporation da tempo avviate sulla strada della Sostenibilità d’impresa, come PatagoniaBen&Jerry’s, Alter Eco, ma anche grandi advisors come l’inglese Sustainability. 

Anche se il marchio è sempre di più presente in Europa e comincia anche a svilupparsi in Asia, la parte preponderante delle imprese certificate rimane negli Stati Uniti, per ovvi motivi di opportunità legata all’immagine e alla diffusione della cultura legata al tema delle Benefit Corporations come forma societaria.

Questo aspetto evidenzia chiaramente che l’introduzione di un approccio alla sostenibilità parzialmente integrato nella struttura giuridica, è un evidente sprone alla diffusione di questo tipo di attività e iniziative, assieme all’introduzione di premialità sul fronte pubblico, come per esempio i criteri/punteggi premianti nei bandi pubblici.  

È da segnalare in questo senso il Disegno di legge proposto ad inizio 2015 all’interno della Commissione Bilancio del Senato, orientato ad introdurre anche in Italia questo tipo di categoria societaria. Al di là del successo che potrà avere questa iniziativa parlamentare, è significativo che l’Italia sia la prima nazione europea ad attivare questo tipo di proposta. 

Resta tuttavia interessante, anche in assenza – per il momento – di una categoria societaria collegabile al marchio nel nostro paese, l’approccio orientato alla valutazione come forma di rendicontazione – benchmarking ex ante a disposizione delle imprese.

 

Il Family Audit come strumento di Management per la Conciliazione Vita-Lavoro

 

Family Audit: Cos’è e quali obiettivi vuole raggiungere

Il Family Audit è uno Standard di qualità della applicazione di politiche di conciliazione famiglia-lavoro che nasce in Germania e che si sviluppa in Italia dal 2009. L’ente di certificazione dello standard Family Audit in Italia è la Provincia Autonoma di Trento.

Lo Standard si inserisce all’interno dell’esperienza trentina dei Distretti Famiglia e più estesamente in un ambito di politica strategica europea che da almeno 15 anni punta, attraverso vari strumenti, a favorire la piena occupazione attraverso le politiche di genere e la diffusione della conciliazione vita-lavoro, in particolare per favorire la crescita dell’occupazione femminile.

Family Audit è innanzitutto uno strumento strategico di management utilizzabile da qualsiasi organizzazione, pubblica, privata o appartenente al mondo no-profit (sebbene vi siano differenze procedurali di applicazione), che ha l’obiettivo di aiutare tali organizzazioni a dotarsi di una politica di supporto al benessere dei propri dipendenti e delle loro famiglie, e di certificare concretamente questo impegno.

In particolare, l’approccio del Family Audit consente all’organizzazione di poter contare su uno strumento di analisi e su un network professionale di consulenza in grado di fornire un supporto necessario a selezionare assieme ai collaboratori stessi, le migliori soluzioni per garantire una conciliazione vita-lavoro. e un buon livello di flessibilità e di Welfare Aziendale.

Il processo sistematico e standardizzato di analisi, ricerca degli strumenti e applicazione delle soluzioni, ha come scopo il miglioramento della competitività e della qualità del lavoro nell’impresa grazie alla diffusione di prassi gestionali innovative in grado di migliorare il benessere dei dipendenti, il clima di lavoro, la produttività, riducendo i fenomeni di conflittualità.

Il lavoro realizzato, basato su una serie di procedure di controllo, ha come quadro di fondo il miglioramento continuo delle politiche e degli strumenti adottati e si concretizza nella possibilità di utilizzare un Marchio Family Audit dedicato.


Il processo di certificazione: dall’analisi iniziale all’applicazione concreta delle misure

Il processo di certificazione inizia con una domanda formale all’ente certificatore, ed ha complessivamente una durata di 6 mesi.

E’ costituito da tre fasi fondamentali: l’analisi, la progettazione e la valutazione. Preventivamente a queste fasi viene realizzato un workshop informativo interno con un gruppo di lavoro di referenti della direzione dell’organizzazione, con uno scopo informativo e di condivisione degli obiettivi al livello della governance.

L’intero percorso è monitorato da due professionisti accreditati: un consulente che supporta l’organizzazione nel lavoro di analisi e un valutatore che verifica la congruità dell’iter con lo standard Family Audit. Le organizzazioni che acquisiscono il marchio Family Audit sono iscritte in un apposito registro.

> la prima fase consiste in un’analisi iniziale (audit) dei fabbisogni di conciliazione/welfare aziendale dell’organizzazione, che si concretizza nel coinvolgimento di un gruppo di lavoro interno nell’ambito di un workshop specifico, e permette all’organizzazione, supportata da un consulente, di indagare lo “stato dell’arte” in termini di pratiche di conciliazione rispetto a 11 principali ambiti-temi, come per esempio gli orari, luoghi, processi, ecc.

> la seconda fase è relativa alla progettazione pratica delle attività che hanno lo scopo di venire incontro alle esigenze emerse, le quali vengono inserite all’interno del Piano Aziendale, che viene redatto e presentato dal consulente al gruppo di lavoro della direzione nell’ambito di un workshop finale;

> la terza fase è quella della valutazione definitiva del Piano Aziendale sottoscritto dalla direzione, nella quale viene certificata l’aderenza delle misure adottate allo Standard nel suo complesso. Il professionista accreditato dall’Ente per lo svolgimento di questa operazione è il Valutatore, che è iscritto in un apposito registro redatto dall’Ente. La certificazione rilasciata al termine della valutazione è una “certificazione-base”, che viene sostituita da una “certificazione finale” al termine dell’implementazione delle misure definite.

Il percorso e inoltre completato da un momento informativo plenario (workshop) conclusivo, con l’obiettivo di estendere l’informazione sulle modalità di lavoro, sugli obiettivi e sui risultati raggiunti al termine del processo.

La validità della certificazione è di tre anni, durante i quali l’azienda implementa le misure individuate e inserite nel Piano Aziendale. Al termine del periodo di applicazione l’azienda può rinnovare la certificazione, previa verifica dell’aggiornamento delle misure da adottare in un nuovo Piano Aziendale.


Quali sono gli vantaggi-benefici per una organizzazione?

Come detto, le imprese che vogliono ottenere la certificazione, sono accompagnate da un consulente accreditato dell’Ente e scelto dall’organizzazione, durante lo sviluppo dell’analisi e della co-progettazione delle attività da realizzare. Il consulente aiuta l’impresa nella preparazione alla certificazione fornendo supporto in termini manageriali e in fase di redazione dei protocolli degli incontri. Questa consulenza personale permette di avere consigli declinati alla specificità d’impresa.

Migliorare le condizioni dei dipendenti in termini di Welfare e Conciliazione permette di avere effetti positivi sul clima generale di lavoro delle organizzazioni, di aumentare l’attrattività aziendale sul mercato del lavoro e di aumentare la produttività grazie a più di motivazione dei dipendenti e meno stress. Permette infine di dare una migliore immagine della struttura all’esterno (per esempio attraverso la comunicazione di politiche di genere e pari opportunità).


Lo stato dell’arte e l’impegno del Governo per la diffusione

Ad oggi sono circa 100 le organizzazioni certificate Family Audit in Italia. Tra queste anche L’Ovile, cooperativa sociale reggiana che abbiamo conosciuto da vicino come Focus Lab, durante il coordinamento tecnico del Laboratorio CSR di Reggio Emilia 2015. 

Il primo rilascio di certificato di base è stato emesso nel 2009. Sono presenti inoltre 13 consulenti accreditati e 4 valutatori.

Alla luce dei positivi risultati ottenuti a livello provinciale, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, nel 2012, ha individuato nello standard Family Audit uno strumento per la diffusione a livello nazionale della cultura della conciliazione tra vita familiare e vita lavorativa all’interno dei luoghi di lavoro.

Tramite il Dipartimento per le politiche della famiglia si è attivata una prima sperimentazione a livello nazionale che si concluderà nel 2016. Nel 2015 è stato avviato un secondo bando con il coinvolgimento di altre 50 organizzazioni sul territorio italiano.

 

Le politiche di sostenibilità nei distretti industriali italiani. Il caso del Distretto Ceramico

 

Il settore italiano dell’industria ceramica da rivestimenti è costituito complessivamente da 163 aziende (dati del 2011 dall’Indagine statistica del settore ceramico, Confindustria Ceramica), con quasi 300 stabilimenti produttivi, e oltre 22 mila dipendenti, che si concentra tra la Provincia di Modena e Reggio Emilia, nell’area pedecollinare, i cui principali Comuni modenesi sono Sassuolo, Fiorano e Scandiano; Casalgrande e Castellarano sul versante reggiano.

La produzione italiana, che ammonta attualmente a circa 380 milioni di metri quadrati è concentrata prevalentemente nel Distretto ceramico per l’81%. Le vendite ammontano ad un fatturato di circa 4,7 miliardi di euro e sono destinate prevalentemente ai mercati esteri (70%) facendo dell’Italia il primo esportatore di piastrelle in ceramica e il primo produttore al mondo per valore.

Nonostante il calo quantitativo della produzione, Il Distretto ceramico da oltre 40 anni detiene la leadership nazionale, e mantiene ancora un ruolo leader su scala internazionale in termini di qualità e di valore.

Il ciclo di crisi economica internazionale iniziato dal 2008, e la contrazione del settore edilizio in particolare in Italia, ha costretto molte aziende del settore a politiche di down-sizing delle attività produttive, allineando l’offerta alla domanda e all’ottimizzazione dei costi unitari di produzione. Questa contrazione ha causato una riduzione del numero di stabilimenti (-9% rispetto al 2008), del numero dei forni produttivi (-18%), il calo dei volumi di produzione (-23%) e la riduzione degli stock di prodotto finito (-24% nel biennio).

Nonostante la crisi economica generalizzata, il settore ceramico italiano gode ancora di diversi “marchi” che permettono di distinguerlo rispetto ad altri com- parti esteri dell’industria ceramica di altri paesi: qualità del prodotto, Design, innovazione, Made in Italy, profilo Green di prodotto e processo, interventi di Responsabilità Sociale d’Impresa verso il territorio. A fianco di questi fattori, negli ultimi anni è stata anche svolta una campagna di pressione presso le istituzioni europee per l’introduzione di dazi antidumping, che hanno permesso di resistere rispetto ad altri competitor a difesa della correttezza degli scambi commerciali.

Nell’articolo curato da Focus Lab nell’ambito della 4ª edizione 2013 del Rapporto dell’Osservatorio Distretti Italianiscaricabile qui, sono descritte le recenti tappe del percorso di promozione del fattore Green e di parametri di Sostenibilità nel Distretto Ceramico con varie iniziative, di settore e multi-stakeholder, e con un mix di strumenti gestionali.

 

Indagine su Welfare Aziendale e Benessere in 16 aziende modenesi

 

 

Focus Lab, nell’ambito del coordinamento delle attività 2016 della rete Aziende Modenesi per la RSI, ha realizzato un’Indagine per coinvolgere i dipendenti di un gruppo di imprese e valutarne percezioni e dei bisogni rispetto a 3 ambiti chiave legati alla RSI: il benessere in azienda, le politiche e i bisogni di Welfare aziendale e conciliazione vita-lavoro, le competenze extra-lavorative dei dipendenti.

La survey, svolta tra luglio e settembre 2016 affiancando una piattaforma online a questionari in forma cartacea, ha coinvolto 336 dipendenti di 16 aziende e cooperative modenesi appartenenti a settori e classi dimensionali diverse.

Il lavoro realizzato rappresenta uno dei primi casi di collaborazione tra imprese appartenenti ad uno stesso contesto territoriale su una attività di ascolto rispetto a temi di Welfare Aziendale. Attraverso l’analisi dei dati raccolti, le imprese hanno potuto ottenere indicazioni utili per strutturare politiche e strategie di miglioramento e per confrontare le proprie performance con quelle delle altre aziende.

 

COP21 – Perchè l’Accordo di Parigi può essere ritenuto un successo

 

A poco più di un mese dalla firma del cosiddetto Paris Agreement, accordo siglato da 195 paesi al termine della ventunesima Conferenza delle parti ONU (COP21) nel quadro dell’Accordo UNFCCC sui Cambiamenti Climatici, è lecito tirare qualche somma sulla qualità dell’accordo e sugli obiettivi in esso contenuti, anche alla luce degli approfondimenti di altre autorevoli fonti.

È in primo luogo opinione comune che il maggiore lascito in termini positivi – per alcuni critici, l’unico – dell’evento tenutosi a Le Bourget poco dopo i sanguinosi attentati di novembre, sia stato l’accordo in sé. In altri termini, lo sforzo e la capacità tecnica diplomatica dimostrata dalla squadra francese, che ha condotto ad un accordo che in altri luoghi non sarebbe potuto essere raggiunto, ha chiarito da un lato la fondamentale importanza degli aspetti diplomatici, dall’altro ha dimostrato come sia possibile trovare punti di incontro anche all’interno di prospettive di partenza da parte di Stati o gruppi di stati quantomeno controverse. In sintesi: avere condotto gli stati a condividere un agreement basato sui famosi 2°C rispetto all’era preindustriale, è già un risultato non scontato, e quello di Parigi può essere ritenuto il primo accordo universale sul cambiamento climatico – in contrapposizione con la limitata partecipazione per esempio al Protocollo di Kyoto. 

È tuttavia altrettanto opinione diffusa che il contenuto dell’accordo sia in gran parte deludente, in particolare per chi si aspettava accordi vincolanti stile Kyoto, con vincoli precisi e sanzioni per chi non li rispetta. A questo tipo di obiezione è necessario rispondere che purtroppo, un accordo di questo tipo non sarebbe mai potuto essere siglato a Parigi: molti stati, in particolare i maggiori emettitori, Cina e Stati Uniti in primis, non avrebbero accettato l’ingresso in un sistema vincolante. Per questo motivo la Road to Paris – onde evitare un clamoroso flop stile Copenhagen 2009 – è stata lastricata di volontarietà da parte degli stati, costruendo man mano l’accordo firmato il 12 dicembre scorso con i mattoni consegnati dai singoli paesi attraverso i Contributi Nazionali Volontariamente Determinati (INDCs). Grazie a questo approccio rovesciato, che lascia libertà ai singoli paesi e soprattutto evita il passaggio formale di approvazione presso il Congresso degli Stati Uniti – dove sarebbe stato affossato – siamo qui a commentare un accordo raggiunto.

Ma questi mattoni sono sufficienti a costruire un tetto che ci metta al riparo dai rischi del cambiamento climatico, ormai acquisiti e condivisi grazie ai fondamentali contributi di migliaia di strutture di ricerca nel mondo, a partire dal lavoro dell’IPCC? Per stessa ammissione dell’accordo di Parigi, no. Gli INDCs non sarebbero in grado di ottenere il risultato principale dell’accordo, ovvero quello di limitare la crescita della temperatura media globale well below” la soglia dei 2°C, con un target fissato a 1.5 °C, che limiterebbe i danni del climate change ad un livello tollerabile in termini economici ed ecosistemici, seppur non trascurabile. I modelli climatici affermano infatti che i 146 INDCs nazionali presentati ex ante l’inizio del summit implicherebbero la crescita della temperatura globale ad una forbice che si colloca tra i 2,7° e i 4/5° C al 2100. Al contrario, al fine di raggiungere gli obiettivi prefissati nell’accordo, sarebbe necessario raggiungere un livello zero di emissioni tra il 2030 e il 2050 e successivamente sviluppare un bilancio globale negativo.

Appare evidente quindi che il gap tra gli auspici contenuti nel Secondo Articolo dell’accordo e gli effettivi impegni degli stati è assai significativo.

Un altro tema grandemente dibattuto nell’ambito del testo siglato è quello relativo alle tempistiche di riduzione delle emissioni. L’articolo 4, comma 1, che contiene indicazioni su questo tema, infatti, presenta molti aspetti di indeterminatezza, che lasciano un margine di manovra giudicato da alcuni eccessivo ai singoli stati. Si riporta infatti che il cosiddetto “peaking” delle emissioni, ovvero massimo della curva dello stato, debba essere raggiunto “as soon as possible” e che a questo punto debba essere fatta seguire una “rapida riduzione delle emissioni sulla base dei più aggiornati dati scientifici a disposizione”, nel quadro della “maggiore ambizione possibile (comma 3)”.

Ulteriore argomento di critica è il momento di entrata in vigore, fissato per il 2020, a seguito della ratifica ufficiale prevista per aprile 2016 nel caso di adesione di almeno 55 stati rappresentanti il 55% delle emissioni globali. Secondo diversi modelli climatici, partendo dai ritmi di crescita delle concentrazioni di anidride carbonica nell’atmosfera, il 2020 sarebbe già all’interno di un intervallo temporale di modificazione irreversibile delle componenti climatiche. In sostanza, l’accordo e gli impegni diverrebbero ininfluenti, poichè “troppo tardi”.

Quindi nessuna speranza? 

Per molti invece l’accordo di Parigi, per quanto – era inevitabile viste le premesse – incompleto, vago, indeterminato, imperfetto, rappresenta un ponte fondamentale tra oltre cento anni di economia fondata su combustibili fossili e una nuova era sintetizzabile con la sigla “carbon neutral economy”. L’ingranaggio che si prefigge di muovere l’immensa macchina dei 195 stati del mondo verso questo quasi-miraggio è un meccanismo volontario – seppur vincolante in termini complessivi – che si fonda sulla moral suasion e sul controllo incrociato tra gli stessi stati. In sintesi, l’accordo prevede che, a partire dal 2023, i firmatari si riuniscano ad intervalli quinquennali per rinnovare gli impegni nazionali contenuti negli INDCs, aggiornandoli in modo volontario “a rialzo”, in un processo di miglioramento continuo. Oltre all’aggiornamento verso target di riduzione più stringenti ed ambiziosi, i partner dell’accordo si impegnano a realizzare una attività di reporting adeguata a garantire la trasparenza delle informazioni collegate al processo di riduzione, che consenta di costruire e ampliare il cosiddetto Global Stocktake, una sorta di inventario complessivo degli obiettivi determinati e raggiunti e della distanza dal target ancora da percorrere. La forza che pretende di vincolare gli stati a questo impegno è semplicemente lo sguardo vigile degli altri – oltre ovviamente all’occhio mediatico, particolarmente attento e informato negli ultimi mesi – che rappresenta un rischio di name and shame per coloro che eventualmente violassero i propri impegni.

Quali rischi? Principalmente rischi politici. Presumibilmente, l’approssimarsi delle scadenze quinquennali, orienterà gli stati a valutare quali misure sono state approntate dagli altri partner, quanto stringenti, e soprattutto quali conseguenze in termini di consenso politico queste scelte abbiano determinato. Nel caso di effetti avversi significativi, è probabile che alcuni paesi possano ritirarsidall’accordo – operazione possibile e consentita in ogni momento. Se a sottrarsi dal patto saranno grandi stati emettitori e geopoliticamente influenti, è inevitabile che altri stati si sentiranno autorizzati ad accodarsi versi l’uscita, prefigurando la morte dell’accordo. Da questo ragionamento consegue una notevole rilevanza rispetto alla responsabilità politica non solo dei livelli più alti dello stato, ma anche degli elettori. 

Per concludere, possiamo giudicare l’accordo di Parigi parafrasando una frase già utilizzata per difendere il sistema democratico: è un pessimo accordo, ad eccezione di tutti quelli approvati finora. Non bisogna dimenticare inoltre che la firma è avvenuta anche grazie all’allineamento indispensabile di alcune condizioni di contesto, che hanno consentito la vittoria della battaglia negoziale. Tra queste, la disponibilità di un presidente americano che non ha un’altra elezione all’orizzonte, la volontà di un leader cinese dettata anche dalla necessità di dare risposte alle crisi ambientali interne, il basso prezzo del petrolio che stempera le tensioni sull’argomento dei combustibili fossili, i primi segnali delle devastazioni potenziali causate dal climate change

Pur tra mille contraddizioni e nella permanente incertezza di fondo, che deriva dalla delega delle responsabilità alla volontà degli stati, si può affermare che questo ennesimo punto di partenza rappresenti una spinta definitiva verso una direzione di cambiamento dei modelli di sviluppo globale, ed avvenga in un anno che annovera l’accordo di Parigi come sigillo alla nascita di altre due pietre miliari nella storia dello sviluppo sostenibile, come l’approvazione dei Sustainable Development Goals ONU e la pubblicazione dell’enciclica Laudato Sì.

 

Analisi di Materialità (Materiality Assessment)

 

I più avanzati approcci alla corporate sustainability, così come i framework di riferimento per il sustainability reporting, prevedono la realizzazione di una Analisi di Materialità al fine di rilevare quali sono gli aspetti di Sostenibilità più rilevanti per l’azienda e per i suoi portatori di interesse. Si tratta di una rilevazione della significatività di un insieme di ambiti tematici di sostenibilità economica, sociale e ambientale, per l’azienda e per i suoi Stakeholder più significativi.

La combinazione della “Materiality” interna ed esterna assegnata per ogni aspetto, restituisce un valore di importanza che consente di ordinare questi temi secondo vari gradi di priorità, selezionandone una serie limitata su cui focalizzare gli impegni di azione e rendicontazione

L’Analisi di Materialità, realizzata o meno nel contesto di realizzazione di un Bilancio di Sostenibilità, permette all’organizzazione di fare emergere con chiarezza le relazioni tra gli interessi aziendali rispetto a quelli degli Stakeholder, mettendo in evidenza le aree di sostenibilità di mutuo interesse, su cui maggiormente deve focalizzarsi il contenuto del reporting e delle azioni strategiche da intraprendere. 

Come Focus Lab, siamo esperti nel supporto tecnico e operativo a organizzazioni di vari settori e dimensioni nella realizzazione dell’Analisi di Materialità in conformità con i principali riferimenti internazionali, come GRI, SASB e D.Lgs 254/2016

Sviluppiamo un processo che comprende analisi documentalerealizzazione di interviste mirate a referenti del management, realizzazione di un percorso di Engagement strutturato per il coinvolgimento degli Stakeholder interni ed esterni ed eventualmente approfondimento delle informazioni attraverso focus group, al fine di individuare un insieme condiviso di aspetti materiali.

 

 

Progetti di Comunicazione per valorizzare attività in linea con Agenda 2030

 

L’Agenda 2030 ONU, approvata nel 2015 da 193 Paesi, mira al raggiungimento di 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) al 2030, declinati in 169 targets su ambiti economici, sociali e ambientali, con un’applicazione locale e globale. I 17 SDGs sono il nuovo benchmark di riferimento del profilo di innovazione e Sostenibilità di imprese e istituzioni, ed offrono nuove opportunità per anticipare i trend di cambiamento in vari settori economici, allinearsi ai best in class a livello internazionale, valorizzare attività già realizzate in ottica di innovazione sostenibile, attivare nuove partnership.

Focus Lab è tra le prime società in Italia a promuovere progetti e servizi di supporto per imprese, Enti Pubblici e organizzazioni no-profit per la definizione di strategie e azioni concrete coerenti con l’Agenda 2030 e i Sustainable Development Goals. 

Il nostro approccio si focalizza sull’aggiornamento / coaching rispetto ai Goals, su azioni di Baseline Review per valutare il grado di allineamento rispetto ai target dell’Agenda e sulla definizione di Policy e Strategie per massimizzare le opportunità derivanti dall’attivazione di azioni di Sostenibilità  in linea con gli SDGs. 

In particolare, le azioni di pianificazione e attuazione di progetti in linea con Agenda 2030 necessitano di attività di comunicazione e valorizzazione dedicate, allineate con gli standard di rendicontazione internazionali ed in grado di coinvolgere e motivare i vari stakeholders dell’organizzazione. 

Come Focus Lab siamo esperti nell’offerta di servizi di supporto alla comunicazione di imprese ed enti pubblici, sia sul fronte editing di contenuti che nella realizzazione di grafiche e infografiche. Abbiamo accompagnato oltre 100 progetti di imprese, enti pubblici e associazioni imprenditoriali con vari strumenti di comunicazione. Combiniamo attività redazionali e giornalistiche all’utilizzo di strumenti di comunicazione integrata e multimediale, con servizi e prodotti mirati online e offline.

A partire dal 2015, abbiamo realizzato circa 40 progetti dedicati alla realizzazione di azioni in attuazione dei 17 Global Goals con aziende, coinvolgendo direttamente oltre 200 aziende e decine di enti pubblici e altre organizzazioni. Abbiamo realizzato 7 Bilanci di Sostenibilità con riferimento ad Agenda 2030, coordinato 11 Laboratori di Aziende per la Sostenibilità sul tema, 6 Guide operative, 13 Eventi di formazione, Survey, interventi presso eventi nazionali e vari articoli sul tema pubblicati su riviste specializzate.